ANICCA VATA SANKHARA
ANICCA VATA SANKHARA

Momentum vitae est meditatio # L'importanza della vita è la meditazione

Il primo ritiro in Tailandia (Gennaio 1985)

 

(…) La ragazza telefonò al monastero e arrivò il pickup che ci portò a destinazione. Curiosità era la silhouette arancione di un monaco sorridente che ci aspettava all’entrata del Wat: abate dagli occhi penetranti, con sopracciglia e testa rasate. Chiese subito denaro e passaporti da riporre nel luogo sicuro. Il monastero non aveva recinzioni. Wat Suan Mokkh era in mezzo alla foresta: templi decorati, statue, case per i monaci disseminate tra il verde dell’erba e gli alberi, grandi radure circondate da palme, alberi di papaya e banani, scimmie acrobate che saltavano di ramo in ramo, laghetti infestati dai fiori di loto. Viottoli e sentieri diramavano ovunque tra jungla abitata dai King Cobra e ogni tipo d’insetti. Aria percorsa da un sibilo quasi costante: quel suono si propagava ovunque, senza capire da dove arrivasse. Luogo di natura e spettacolo: Suan Mokkh. In certe ore del giorno i canti tonali dei monaci creavano atmosfera ipnotica e magica.

 

Abate vide che mancava una falange nel dito di Pietro e chiese spiegazioni. Lui rispose che aveva nuotato nel mare di Pukhet e si era perso al largo, trasportato dalle correnti marine. Avvistato da una barca di pescatori e tirato a bordo con l’aiuto di una cima. Mentre saliva lungo il fianco della barca l’anello che portava al dito s’impigliò in una protuberanza dello scafo … nel mentre i marinai issavano a forza il nuotatore: falange decise di restare lì appesa. Il monaco disse a Pietro che poteva guardare l'episodio come un segno di cambiamento. Il fardello di karma deposto, il debito pagato, un occasione di rinnovamento per la sua vita.

 

Monaci desinavano all’aperto, sotto un tempio dalla grande volta, dove scheletro bianco di donna minuta e incatenata era appeso alla volta di legno. Raccontavano fosse di un'antica principessa thai che decise di lasciare ammonimento ai posteri sulla decadenza delle cose, deperimento e morte, verso i quali siamo tutti destinati. Accompagnati dentro una grande sala, eravamo quasi cinquanta studenti in massima parte stranieri. Dal centro del tempio un monaco panciuto parlò in lingua. Avvenne simultanea e incerta traduzione in inglese di un novizio, ricca di pause. Si capiva che voleva augurare benvenuto e spronare gli studenti alla meditazione.

 

Il panciuto monaco si chiamava Buddhadasa, molto famoso in Tailandia. Una sorta di rivoluzionario, che vedeva dentro specchio di un Dharma unico le religioni di tutto il mondo. Per lui Buddismo, Cristianesimo e Islam non esistevano e quindi non potevano entrare in conflitto. Negli anni 20’ evitò ritualismi e politica interna che dominavano insegnamenti del Buddha corrotti, cercando di preservarli nella loro purezza, riformandone alcuni aspetti. Durante un periodo ispirò anche una cerchia di artisti socialisti. Nel 1932 fondò il Monastero della Chiara Comprensione: Wat Suan Mokkh, si focalizzò in particolare su un lato della pratica meditativa: Anapanasati, cioè la respirazione consapevole, il raggiungimento del Samadhi.

Tailandia vista dal satellite

In Tailandia si coltiva anche l’animismo. E’ una religione che attribuisce un’anima a tutti i fenomeni naturali, un'energia che pervade tutto l’esistente, visibile ed invisibile, causa di ogni fenomeno, della vita e della morte, della stabilità e di ogni cambiamento, intrinseca ad ogni essere vivente, uomo, animale o vegetale, e nella materia sia essa solida, liquida o gassosa. L’animista possiede la ferma convinzione dell’esistenza di questa energia, la sua iniziazione ed il suo percorso religioso consistono nella acquisizione di una profonda sensibilità nei confronti della natura, nell’osservazione dei fenomeni naturali e degli avvenimenti ciclici come i giorni, le lunazioni, le stagioni. Le influenze sugli accadimenti naturali sono per l’animista un libro nel quale sono per lui possibili letture profonde e significative, le analisi che l’animista è in grado di compiere sono il frutto di una sensibilità ottenuta con l’abitudine alla esplorazione dei significati che la natura dona alla comprensione dell’uomo.

 

L’animismo non può essere semplicemente liquidato con la superficiale definizione di "religione primitiva". La complessità e la profondità delle idee e dei concetti di questa religione è, per il ricercatore, sorprendente, un vero mondo in cui, come in altre religioni, le forze del male e del bene si scontrano. Queste lotte immani e misteriose si manifestano nella natura e nel mondo materiale sottoforma di simboli che l’animista vuole decifrare. La consapevolezza che in un seme vi è l’intera "anima" della pianta, un disegno preciso, l’esecuzione di un progetto grandioso, il desiderio insito di vivere, germogliare,crescere, fiorire, fruttificare allo scopo di realizzare un suo simile, per essere nella sua essenza eterno, è un esempio emblematico della complessità e spessore delle analisi e della profondità di lettura della natura nell’animismo. I tailandesi, buddisti e non, prestano molta attenzione al Pì - cioè l'invisibile forza maligna - potenzialmente presente in ogni cosa. Cercano di farselo amico con riti magici e propiziatori.

 

Largo e basso edificio con veranda era la sala di meditazione aperta nei lati. Costruito al centro di un’ampia radura circondata da vegetazione rigogliosa. Insegnante del corso era un monaco americano stanziale, vomitava terribile slang e dava istruzioni nebulose per il mio inglese. Quelle dedicate alla meditazione seduta e camminata furono comprensibili, malgrado la difficoltà linguistica capii le regole principali e praticai l'attenzione intenzionale. Mantenere il Nobile Silenzio era fortemente raccomandato ai meditanti, insieme ad altre regole come: occhi abbassati quando incontri monaci lungo i sentieri, non parlare nell'area riservata alle donne, non lamentarsi del cibo, rispettare orari stabiliti per il ritiro. Mi sembrò di accedere al mondo mai conosciuto prima, il mondo della consapevolezza mentale. Ancora non capivo come usare quello che imparavo, ma percorrevo nuova strada ricca di panorami. Capii soltanto molti anni più tardi cosa implicasse quella strada ...

Mindfulness of breathing: the first meditation book I purchased in Wat Suan Mokkh

Alla fine della giornata alcuni studenti maschi andavano a dormire dentro la grande casa ai margine della radura. Mura basse e tetto aperto a pagoda lo rendevano vulnerabile, tant’è vero che zanzariere robuste proteggevano i giacigli del dormitorio. Furono riparo essenziale contro gli insetti spietati. Al mattino mi lavavo gettando acqua dentro una vasca in muratura oppure buttavo nella turca, secondo necessità. Durante il giorno l'acqua era trasportata da 1 monaco novizio che si occupava del rifornimento. Nel dormitorio non c'era impianto idraulico. Sotto la capriata esterna della casa campeggiava dipinta una testa di tigre vista di fronte.

 

Sul fare del buio la foresta si risvegliava di mille suoni e rumori inquietanti. Si dormiva a tratti. Una volta mi svegliaia all’improvviso in quelle strane notti … sopra la testa vidi nitidamente il King Cobra bianco, arrotolato per tutta lunghezza intorno alla trave dove si appollaiava. Il gigantesco animale spostava lentamente le sue spire serpentesche estraendo ritmicamente la lingua, noncurante degli ospiti addormentati. Viene detto che durante i ritiri di Meditazione Vipassana i praticanti abbiano sogni molto nitidi, quasi reali. Il ricordo di un seminario sulla memoria, al quale partecipai nella città di Rimini, mi ricordò l'esperienza vissuta: il corso mirava all'apprendimento di un metodo per memorizzare con facilità numeri di telefono e date. Imparai a tradurre numeri con il particolare alfabeto fatto soltanto di consonanti, m'inventai brevi racconti dal senso compiuto, privi delle vocali. Appresi anche esercizi di rilassamento basati sulla visualizzazione dei colori. Un giorno, sul lettino in terrazza provai la tecnica quando arrivò tale visione intensa ma vivida: due animali - tigre e unicorno - che combattevano furiosamente avvinghiati. Fu un momento e poi l'immagine svanì.

Wat Suan Mokkh - January 1985 - (my first teacher, with glasses)

In qualità di partecipanti al ritiro, alcuni studenti alloggiavano in capanne edificate su palafitte per proteggere gli ospiti dagli animali notturni della foresta. Quella mattina all’alba sentii il lamento dello studente olandese, spaventato da un King Cobra che attraversò il sentiero davanti ai suoi piedi. Questo grande serpente (nome scientifico Ophiophagus Hannah) può arrivare anche a raggiungere sette metri di lunghezza. Si ciba di altri serpenti  - persino pitoni - il suo potente veleno neurotossico è considerato mortale sin dal primo morso, anche per l'uomo. Uno dei laici amici del monastero raccomandò di non disturbare mai i King Cobra perchè essi non avrebbero disturbato. E fu così.

 

Un giovane germanico partecipò al ritiro. Si addobbava in nero, al collo portava una borsa sottile del medesimo colore, aderente al torace. Ruppi il silenzio e un giorno gli chiesi perchè. Lui raccontò che sentiva desiderio e attaccamento per svariati tipi di droghe usate con assiduità, questo gli procurava molti problemi e feroce dipendenza. Arrivato in Tailandia decise di sperimentare la meditazione Vipassana a Suan Mokkh. Il maestro monaco diede istruzioni precise allo studente: meditare sul senso della morte, non stimolazione sensoriale visiva, portare pillole simboliche come ricettacolo di ciò che lui era stato e non voleva più ritornare a essere.

 

Un mattino all'alba uscimmo con il monaco insegnante, in fila ordinata attraversando la strada, camminando attraverso i campi. Tra la campagna scorreva un ruscello non più largo di tre metri e poco profondo. L'acqua fumava nel clima tropicale. Mi sedetti in fila di fianco agli altri sulla riva e meditai rivolto al sole nascente. Scaldava il mondo quel sole, forma e colore di gigantesco tuorlo che saliva dritto e veloce nel cielo. Tenni chiusi gli occhi per non accecare di tanto splendore. Alla fine della meditazione i monaci ci guardarono entrare nell'acqua termale del ruscello. Nuotai come non avevo mai nuotato prima e per un pò di tempo, quando ritornai in Italia, sentii d’aver dimenticato casa dentro quel ruscello caldo di Suan Mokkh.

 

Come tutte le cose il ritiro giunse alla fine: furono abbracci e addii tra gente felice. Con Pietro prendemmo la corriera per andare da Chaiya fino a Pukhettconcederci un periodo di vacanza sulle spiagge tropicali e poi ritornare a Bangkok. Mentre il mezzo procedeva sobbalzando attraverso le verdi foreste, ritornavo con mente e materia all'esperienza della meditazione Vipassana: dentro sentivo il richiamo di una sottile energia, come vento fresco e gentile che spirava attraverso una porta lasciata socchiusa ...

 

Mario Amati

© tutti i diritti riservati

Il primo ritiro italiano con John Coleman (Novembre 1985)

 

Era una grande casa abitata da quattro o cinque antichi frati di un Ordine che avevo dimenticato, e sullo sfondo c’erano i Colli Euganei nel mese di Novembre. La casa aveva un grande scalone per andare in sala di meditazione, le camere erano più in alto, al piano terra la cucina serviva cibo vegetariano, come sempre durante l'unico pasto del giorno. All'aperto c’era un giardino disordinato in apparenza, composto da grandi e piccole piante poco curate e sparpagliate sul terreno. Aveva la sua dignità. Percorrevo il luogo con un occhio panoramico, ad un certo punto la vista finiva come una teichoskopia, dentro stava una lontana pianura costellata di oggetti incastonati nel paesaggio. Splendevano nella luce le case, gli alberi, le strade, le persone che sembravano così piccole, fatte in miniatura.

 

Siamo in alto, e tutto il resto è così immenso. Il sole avvolge, illumina le forme nella prospettiva del luogo fermo e silenzioso. C’è un cane di nome Shalom, Husky dagli occhi incoerenti, trotterella silenzioso e fedele affiancando ospiti silenziosi e assortiti che incontra per caso in mezzo agli intervalli delle ore. Studenti scienziati e sperimentatori vagano come silhouette ritagliate sull’orizzonte.

 

Il ritiro avanzava attraverso fredde giornate scandite dal gong. Io inspiravo ed espiravo consapevolmente: "Il punto, l’inspirazione che tocca il punto … il punto, l’espirazione che tocca il punto." Ogni tanto aprivo gli occhi e guardavo il maestro immobile al centro della sala e mi chiedevo come, il Sentiero di Mezzo, avrebbe messo fine alla mia ansia di vivere. Intanto io mi annoiavo.

 

E' il primo ritiro italiano, avevo sottostimato la difficoltà dell'esordio. Precauzione avrebbe avuto ragione. Dopo il periodo di Anapanasati, una dopo l’altra, risolvevo in continui fallimenti le ore di Vipassana, non potevo rimanere immobile, non riuscivo a trovare una fine del pensare. L’ntera zona inferiore del corpo era paralizzata dal dolore. Quasi un’anestesia.

 

Soltanto nell’ultima ora dell’ultimo giorno trovo la forza e rimango fermo. Allora arriva in superficie quanta massa di sofferenza mai sperimentata prima: odio e desiderio allo stato puro si presentano simultanei allo stupore, bruciano! Sensazione disperata che attrae, mi chiama desiderosa, desiderabile. Sento contemporanea avversione, voglio allontanare, distruggere le sensazioni, voglio fuggire. Devo muovermi, cambiare postura, un conflitto che è impossibile da sopportare … poi quella massa di sofferenza inizia a muoversi, a staccarsi da me, proprio quando la voce del maestro arriva puntuale e perentoria: “Non guardare la sofferenza con attaccamento!” E tutto, tutto ad un tratto finisce nella Sua benedizione.

 

Mario Amati

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